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Il Baghèt, la cornamusa bergamasca o lombarda... 


Eh già, perché la cornamusa non è solo scozzese, anche se quella è sicuramente la più nota! Anche in Italia abbiamo un discreto numero di rappresentanti della grande famiglia delle cornamuse, basti pensare, oltre al Baghèt, alla Piva Emiliana e alla Musa delle Quattro Province.

Il tutto senza contare le parenti più prossime delle cornamuse, cioè le zampogne tipiche del Centro e del Sud Italia, che pur essendo simili per certi aspetti alle cornamuse, non possono essere classificate come appartenenti alla stessa famiglia in quanto differiscono per alcuni aspetti fondamentali di natura musicale e costruttiva.

Ebbene sì: un suonatore di cornamusa NON È uno zampognaro, l'avreste mai detto? In effetti in Italia c'è molta confusione tra le due cose... Per farla breve, dirò solo che cornamuse e zampogne appartengono a due tradizioni diverse, sono frutto di evoluzioni storiche completamente differenti e mischiare le due cose può risultare offensivo per entrambe le parti in causa, togliendo loro le caratteristiche che le contraddistinguono! Per fare un esempio, sarebbe come dire che un oboe, un clarinetto e un corno inglese in fin dei conti sono lo stesso strumento, dal momento che sono tutti aerofoni, costruiti in ebano (generalmente) e con un sistema di chiavi abbastanza simile... 

Oppure, per fare un paragone sportivo, sarebbe come dire che il rugby e il football americano alla fine sono lo stesso sport, visto che si giocano entrambi con una palla ovale! Capite bene che la cosa evidentemente non sta in piedi...

Ma come si chiama allora in italiano un suonatore di cornamusa? Beh, la cosa è controversa ma io lo chiamerei proprio così, "suonatore di cornamusa", se non si vuole usare il termine inglese "piper". Qualcuno, basandosi sul suffisso "-ista" che viene generalmente unito al nome di uno strumento per designare il suonatore dello stesso (p.e. chitarrista, clarinettista, pianista, batterista ecc...), ha avanzato il termine "cornamusista" ma devo dire che personalmente lo trovo piuttosto cacofonico e in definitiva orripilante. 

In ogni caso è sempre meglio del termine "cornamusaro" che purtroppo mi è capitato a volte di sentire. Direi che in questo caso non ci siamo proprio, lo considero praticamente un'offesa, un'onta da lavare col sangue... Ovviamente sto scherzando, però "cornamusaro"... proprio non si può sentire!!! Per dirla tutta, parlando di suonatori di Baghèt si può usare anche il termine dialettale "baghetér", che sarebbe il più indicato, ma ovviamente questo termine non può essere usato per i suonatori di altre cornamuse. 

Tornando al nostro Baghèt, dirò subito che qui mi limiterò a illustrare lo strumento per come è e a offrire alcuni spunti di riflessione circa il futuro dello strumento, che al momento si presenta purtroppo piuttosto incerto. Se alcuni termini dovessero risultarvi incomprensibili vi rimando, nel caso non l'abbiate già letta, alla pagina dedicata alla cornamusa scozzese, dove troverete un'ampia ed esauriente spiegazione, almeno per averne un'infarinatura di base, circa la struttura delle cornamuse in generale, sulla loro tecnica esecutiva e sul loro repertorio, insieme ad alcuni cenni storici sull'origine di questi strumenti.

A proposito del Baghèt, dirò anzitutto che c'è un bel po' di confusione in giro circa la reale natura di questo strumento e la sua storia. Non sono molti i ricercatori che si sono dedicati alla nostra cornamusa, e anche tra loro tutto si può dire tranne che ci sia comunione di intenti e di vedute, come avrò modo di illustrare in seguito. 

Se poi uniamo il tutto a una bella dose di rivalità, purtroppo presente in larga misura tra ricercatori o strumentisti e del tutto fuori luogo secondo me quando si parla di musica e di tradizioni... Beh, il quadro che ne esce è tutt'altro che invitante, tuttavia cercherò di fare il possibile per illustrare con un minimo di logica la storia e le caratteristiche di questo strumento.

Riguardo poi queste rivalità, mi scuso anticipatamente se qui e lì inserirò alcune critiche a certe condizioni che purtroppo si verificano anche troppo di frequente nell'ambiente, ma ritengo queste critiche doverose e mi piacerebbe che venissero interpretate esclusivamente come costruttive, tese solo all'interesse del Baghèt e senza avere intenzione di offendere nessuno.

Spesso si sente dire "il Baghèt, la cornamusa bergamasca"... Bene, inizierei proprio da qui, tanto per cominciare toglierei l'aggettivo "bergamasca", dal momento che a quanto ne sappiamo era diffuso in buona parte della Lombardia, con, quello è vero, una forte predominanza nelle province di Bergamo e Brescia. E allora chiamiamolo "Il Baghèt, UNA cornamusa lombarda"! Ma perché "una"? Perché, sempre a quanto ne sappiamo, non possiamo in alcun modo escludere in passato la presenza di altri tipi di cornamuse negli stessi territori del Baghèt o al limite in aree limitrofe. Forse, nemmeno il termine "lombarda" potrebbe essere poi così indicato, dal momento che da alcune fonti iconografiche pare esistesse anticamente uno strumento del tutto simile al Baghèt in provincia di Verona. 

Insomma, come forse avrete intuito, la storia di questo strumento è avvolta nella nebbia dei secoli, come accade solitamente quando si ha a che fare con uno strumento di umile origine, privo quindi di qualsivoglia citazione in documenti ufficiali. Contrariamente a quanto è successo con la cornamusa scozzese, la cui presenza plurisecolare in ambienti nobiliari ci ha permesso di ricostruirne con una buona certezza la storia, almeno nei secoli più recenti, il "povero" Baghèt è sempre stato usato solo in ambiente contadino. Segnatevelo bene: non in ambiente pastorale, i pastori, con la loro vita nomade, non avrebbero potuto conservare con cura uno strumento tanto delicato quanto lo è una cornamusa, con la sua ipersensibilità agli sbalzi climatici e ai cambi di temperatura. 

Il Baghèt veniva suonato dai contadini, durante i mesi invernali quando il lavoro nei campi dava più respiro e la gente si riuniva a sera nelle stalle, quando le nonne intrattenevano i nipotini con misteriose storie dal sapore antico e gli uomini ne approfittavano per prendere in mano la loro cornamusa e deliziare i presenti con qualche danza o con qualche canzone. Sì, perché anche il repertorio del Baghèt è composto in buona parte da marce e danze e non solo da pastorali natalizie, esattamente come per la cornamusa scozzese, e non si suonava solo in occasione del Natale, come molti erroneamente credono!

Certo, magari il suo repertorio può non risultare così raffinato come quello della sua cugina d'Oltremanica. Tuttavia, se è vero che ogni musica è il riflesso della civiltà che l'ha concepita, non dobbiamo dimenticare che i contadini sono sì gente pratica, abituata a dire pane al pane e vino al vino, ma sono anche depositari di una saggezza antica e senza tempo e questa, credetemi, nella musica per Baghèt si sente tutta! Troviamo così brani dalla forma semplice, eppure così ricchi di contenuto, per chi ha la preparazione per apprezzarla in tutte le sue sfumature, e non sto parlando solo di preparazione culturale ma anche di una certa predisposizione emotiva o psicologica.

Ma cosa sappiamo esattamente della storia di questo strumento? A dire la verità ben poco! Sicuramente, oltre a quanto ho già detto, sappiamo che un antenato dell'attuale Baghèt era presente in provincia di Bergamo già verso la metà del XIV secolo, come testimonia un affresco del 1347 che si trova nella Basilica di S. Maria Maggiore in Città Alta a Bergamo. Alla fine dello stesso secolo si fa risalire un altro affresco situato nel castello di Bianzano (BG) e queste, insieme a poche altre simili, sono praticamente le uniche fonti antiche che abbiamo per poter ricostruire almeno a grandi linee la storia del Baghèt. 

In pratica, in mancanza di fonti scritte, ci si può rifare solamente all'iconografia... Proprio dalle fonti iconografiche apprendiamo che questo antenato del Baghèt veniva suonato nelle corti nobiliari, come avveniva con altre cornamuse in tutta Europa. Non si sa tuttavia con certezza quando i gusti dei nobili lombardi cambiarono al punto che le cornamuse vennero abbandonate per essere relegate alle classi più povere della popolazione. 

Basandosi sulle altre cornamuse europee, spesso dotate di una storia più nota rispetto a quella del Baghèt, si può notare come questi strumenti nel corso dei secoli abbiano visto un'alternanza di periodi di grande notorietà, al punto da essere usati anche da grandi compositori del periodo barocco e in alcune opere liriche (una tra tutte l'Otello di Verdi), e periodi di abbandono quasi totale, specie dopo la Rivoluzione Francese. 

Presumibilmente l'abbandono da parte della nobiltà lombarda deve essere avvenuto tuttavia in tempi più lontani, da qualche parte tra il XVI e il XVII secolo, come testimonia la quasi totale assenza di fonti iconografiche dopo quel periodo. 

In ogni caso non abbiamo nessuna notizia circa il tipo di musica che si suonava con questa cornamusa tra Medioevo e Rinascimento, lo stile esecutivo, la tonalità nella quale era intonato lo strumento. Anzi, per dirla tutta è molto probabile che questo antenato del Baghèt fosse intonato su una scala modale piuttosto che su una tonale, considerando il periodo storico, in cui la musica tonale non si era ancora affermata (lo farà solamente, e gradualmente, solo a partire dal XVII secolo). Niente di niente, purtroppo tutto scomparso nel corso dei secoli... Davvero un peccato!

Qui, tornando un pelino indietro, vi invito anche a fare attenzione a una cosa troppo spesso ignorata: il fatto che la presenza di una cornamusa in terra bergamasca sia attestata solo a partire dalla metà del XIV secolo non vuol dire affatto che in precedenza questi strumenti non fossero diffusi in Lombardia. Semplicemente mancano le fonti iconografiche, ma per quel che ne sappiamo potrebbe anche essere che le cornamuse siano state presenti ininterrottamente in questi territori fin dall'epoca dell'Impero Romano, con la famosa Tibia Utricularis, magari trasformatasi col tempo in qualcosa di diverso, vatti a sapere esattamente cosa!

C'è anche da dire che gli studi fatti finora sono parecchio incompleti, anche perché condotti da studiosi per così dire "improvvisati", armati di ottime intenzioni, voglia di fare e tantissima passione ma totalmente privi di una seria preparazione accademica. 

Personalmente sogno il giorno in cui un vero studioso, magari un etnomusicologo, deciderà di occuparsi seriamente anche dell'evoluzione di questi strumenti in Italia, come del resto è stato fatto in altri Paesi europei. 

Tornando a noi, il repertorio che si suona attualmente risale in larga parte al XVIII e al XIX secolo, a parte forse qualche brano che potrebbe essere più antico, comunque non oltre il XVII secolo, a mio avviso. Esistono anche gruppi musicali che cercano di riprodurre col Baghèt quella che poteva essere la musica suonata nel Medioevo, basandosi sul repertorio di altri strumenti. Tentativo secondo me più che lodevole, anche se purtroppo non sapremo mai se questo corrisponde a realtà storica o meno. In ogni caso il risultato è spesso piacevole, quindi ben venga!

Altra cosa da dire, i brani suonati oggigiorno col Baghèt sono stati mutuati in buona parte dal repertorio dei campanari, che a volte erano anche baghetér e di cui a Bergamo e aree limitrofe esiste tuttora una fiorente scuola. Essi sono inoltre forse l'unico legame che abbiamo col passato musicale della nostra terra, dal momento che i campanari, a differenza dei baghetér, non hanno mai rischiato l'estinzione. 

Eh già, perché il Baghèt, a seguito del boom economico degli anni '50 del secolo scorso e del relativo declino della civiltà contadina, era caduto progressivamente in disuso, soppiantato anche da strumenti più versatili e di più facile manutenzione, come la fisarmonica. 

È stato solo a partire dagli anni '80 che i ricercatori di cui ho parlato sopra, con un paziente e lungo lavoro di recupero, sono riusciti a ricostruire lo strumento grazie ad alcuni antichi esemplari ritrovati. Sono riusciti inoltre a recuperarne almeno parzialmente il repertorio, parlando con gli ultimi baghetér rimasti, anche se ormai non più in attività da decenni, e raccogliendo le testimonianze degli anziani che ancora ricordavano quei tempi lontani in cui si poteva udire il suono del Baghèt lungo le vallate.

Praticamente è solo grazie a questi ricercatori, per quanto come dicevo sopra improvvisati, se ancora oggi possiamo udire il suono di questo antichissimo strumento. Molto probabilmente sarebbero bastati solo pochi anni in più e del Baghèt avremmo perso tutto, forse anche la memoria. Insomma, niente male per dei semplici appassionati, anzi! Però come ho già detto sarebbe davvero tempo di approfondire la conoscenza della storia di questo strumento e delle altre cornamuse italiane affidando il lavoro a un serio professionista. 

Ma come è fatto un Baghèt? Beh, devo dire che presenta non poche analogie con la cornamusa scozzese, al punto che esiste una suggestiva leggenda secondo la quale sarebbe stato un cremonese di ritorno dalle crociate a far conoscere la cornamusa in Scozia, potandovi appunto un Baghèt, o almeno l'antenato di quello che noi oggi conosciamo come il Baghèt. 

Sempre secondo la leggenda, questo soldato-musicista cremonese sarebbe poi rimasto in Scozia, divenendo il capostipite dei MacCrimmon, nome che deriverebbe appunto dalla città di Cremona. 

I MacCrimmon sarebbero poi diventati i piper ereditari del potente clan MacLeod, dando vita a una delle più importanti scuole di cornamusa scozzese, destinata a durare secoli. Qui va ricordato che in Scozia il piper di un clan non era un personaggio qualunque: era secondo per importanza solo al capo clan, e come dicevo il suo titolo era ereditario. Tornando al nostro cremonese, chissà... la leggenda è sicuramente molto suggestiva, la nobile cornamusa scozzese discendente dell'umile Baghèt? Si tratterà solo di una leggenda oppure potrebbe esserci un fondo di verità, come spesso accade in questi casi? Purtroppo temo proprio che anche in questo caso non lo sapremo mai, ma ogni tanto sognare un po' non fa di certo male!

Di sicuro sappiamo però una cosa: la prima fonte iconografica che attesta la presenza della cornamusa in Scozia si trova nella cappella di Rosslyn, costruita tra il 1446 e il 1450, quindi ben un secolo dopo le prime testimonianze relative al Baghèt. Inoltre questa cappella è caratterizzata da una forte simbologia templare, anche se ufficialmente l'ordine dei Templari era stato soppresso nel 1312. Un'altra leggenda dice quindi che William Sinclair, il costruttore della cappella di Rosslyn, fosse in realtà un erede dei Cavalieri Templari che si sarebbero rifugiati in Scozia per sfuggire alle persecuzioni che devastarono il loro ordine. Come tutti sappiamo, i Cavalieri Templari nacquero per assicurare l'incolumità dei pellegrini europei che si recavano a Gerusalemme, ai tempi delle conquiste in Terra Santa. Dunque, presunti eredi dei Templari, crociati cremonesi... vuoi vedere che magari... Chissà!

Per onor di completezza, una variante della leggenda sostiene che la cornamusa sarebbe giunta in Scozia al seguito di alcuni mercenari scozzesi che combatterono nella battaglia di Pavia nel 1525. In ogni caso qui sì che ritengo questa variante del tutto priva di fondamento, per via del fatto che come ho scritto sopra nella cappella di Rosslyn c'è una testimonianza ben tangibile, precedente all'epoca della battaglia di Pavia. Inoltre alcune fonti testuali testimoniano la presenza di cornamuse su suolo britannico (in Inghilterra) già nella seconda metà del XIV secolo... Comunque, sia detto chiaramente che queste sono solo leggende, per quanto possano essere affascinanti e possano riempire di orgoglio noi lombardi. La verità storica appare ben differente, come ho largamente esposto nella pagina dedicata alla cornamusa scozzese circa la Storia di questo strumento!

Una piccola curiosità: la battaglia di Pavia, più che aver lasciato un'eredità italiana in Scozia, ha fatto esattamente il contrario, e le testimonianze in tal senso sono decisamente più consistenti! Infatti, a pochi chilometri dal Lago Maggiore e dal Parco Nazionale della Val Grande, nella provincia piemontese del Verbano Cusio Ossola, si trova un paesino di circa 260 abitanti che presenta caratteristiche davvero insolite. Si tratta di Gurro, in Valle Cannobina, i cui abitanti sarebbero in buona parte discendenti di alcuni dei mercenari scozzesi impegnati appunto nella battaglia di Pavia. 

Questi soldati, non potendo rientrare in patria, decisero di stabilirsi qui in quanto in questa zona trovarono condizioni di vita simili a quelle delle Highlands. Ancora oggi Gurro è caratterizzato da un'architettura decisamente diversa dal resto della valle, con case antiche la cui struttura portante dei muri perimetrali, in legno,  è formata da un rettangolo intersecato da una croce di S. Andrea, patrono di Scozia. Come se ciò non bastasse, il costume tradizionale delle donne di Gurro presenta una sottoveste realizzata in tessuto scozzese di ottima fattura. Inoltre, le tradizioni del paese e alcuni importanti studi di glottologia sul dialetto locale, anche questo differente da quello parlato nei paesi vicini, testimoniano una certa affinità tra la popolazione di Gurro e gli scozzesi, per tacere della presenza in paese di alcuni cognomi davvero eloquenti, di chiara origine scozzese.

Ma lasciamo perdere i sogni a occhi aperti e torniamo per così dire "a palla" alla struttura del Baghèt. Questo, a differenza della Great Highland Bagpipe, presenta solo due canne di bordone, ma la cosa non deve stupire più di tanto perché anche per la GHB la conquista del terzo bordone è storia relativamente recente (v. cornamusa scozzese). Una cosa simile è accaduta col Baghèt. Sempre basandoci sull'iconografia, sembra che il primo bordone sia stato aggiunto allo strumento nella seconda metà del XIV secolo. Nel già citato affresco in Santa Maria Maggiore a Bergamo infatti lo strumento raffigurato non presenta alcun bordone, mentre nell'affresco al castello di Bianzano compare un solo bordone. Nei rari affreschi dal XIV al XVIII secolo lo strumento è sempre raffigurato con un solo bordone, quindi parrebbe che il secondo sia stato aggiunto o alla fine del XVIII secolo oppure addirittura durante il 1800! 

In ogni caso, il Baghèt, come potete vedere nell'immagine qui sotto, presenta un bordone basso e un bordone tenore. Il bordone basso, in bergamasco "segond òrghen" (secondo organo), è intonato come nella GHB due ottave sotto la fondamentale della canna del canto, mentre il bordone tenore, in bergamasco "prim òrghen" (primo organo), è intonato, sempre come nella GHB, un'ottava sotto la canna del canto, che in bergamasco viene definita "diana" o pìa". In effetti col nome "Pìa" in alcune parti della provincia di Bergamo si indicava anche lo strumento stesso, che poteva avere quindi due nomi, "Pìa" o "Baghèt", o anche "Pìa Baghèt". Il nome Baghèt deriva invece dalla "baga", ossia dalla sacca in bergamasco, che per mezzo di un diminutivo diventa appunto "baghèt". 

Pare addirittura che in alcune zone della provincia il nome dello strumento fosse semplicemente "Baga" ma non si sa con esattezza se ci si riferisse allo stesso strumento oppure a uno simile ma di dimensioni leggermente maggiori. Comunque, la traduzione di "Baghèt" è quindi "sacchetto"... tutto sommato era forse meglio il termine familiare "pipes" per la GHB, tra suonare dei tubi e suonare un sacchetto non saprei dire esattamente cosa sia meglio! L'insufflatore invece, ovviamente presente anche nel Baghèt, è chiamato in bergamasco "sofièt", "bochì" o "buchì", quindi semplicemente "soffietto" o "bocchino". 



struttura e parti baghèt cornamusa bergamasca lombarda


Qui ci sta bene una piccola riflessione: "Baga", "Baghèt", "Bagpipe"... non vi pare che questi nomi abbiano qualcosa in comune? Saranno reminiscenze di un'antica lingua comune? Dopotutto anche in inglese "bag" vuol dire "sacco" esattamente come il bergamasco "baga"... Chissà, forse coincidenze o forse no! 

Una differenza fondamentale rispetto alla GHB è invece data dal fatto che nel Baghèt i bordoni non vengono tenuti tutti appoggiati alla spalla sinistra, ma solo il bordone basso si appoggia lì, mentre il bordone tenore poggia sull'avambraccio destro. A mio modesto parere, si tratta comunque di una differenza quasi solo di valore estetico, al limite un bordone posto nella parte anteriore può servire semplicemente a farlo sentire meglio, esigenza che il Baghèt può avere ma la GHB decisamente no. Infatti i bordoni dei due strumenti suonano in modo piuttosto diverso: i bordoni del Baghèt hanno un suono decisamente più tenue rispetto a quelli della GHB, anche se in parte dipende dal tipo di legno usato nella costruzione e dal tipo di ance impiegate.

Già, ma che legni si usano per il Baghèt? Come sono le ance e con che materiali vengono fatte? Ci sono differenze tra un costruttore e l'altro?

Partiamo dai legni usati. Tradizionalmente, il Baghèt era costruito usando quasi sempre legno di bosso e molto più raramente corniolo o altri legni. Questo almeno è quanto emerge basandosi sui pochi esemplari antichi miracolosamente giunti fino a noi. Al giorno d'oggi... beh, qui ce n'è davvero per tutti i gusti, in pratica dipende dal costruttore e dal gusto del suonatore. Si possono così trovare Baghècc (il plurale di "Baghèt") in bosso, frassino, acero, ulivo, corniolo, palissandro e, raramente, ebano. Il mio consiglio in questo caso, se avete intenzione di acquistare un Baghèt, è quello di contattare i costruttori e farvi dare una dimostrazione del tipo di suono caratteristico di ogni legno. In questo modo potrete anche farvi un'idea di come lavora e che tipo di strumenti produce ogni artigiano.  Non vi spaventate, non sto parlando di girare per mesi, alla fine in provincia di Bergamo ci sono solo tre artigiani specializzati nella realizzazione di Baghècc, e uno solo fuori provincia!!!

Ovviamente i legni possono anche essere mischiati tra loro, purché si segua una certa logica. Per farvi un esempio, alcuni strumenti in circolazione presentano una diana in bosso e bordoni in frassino. Questo perché il gusto personale può portare l'esecutore a scegliere un legno con suono potente e squillante per la diana, come lo è appunto il bosso, mentre per i bordoni può preferire un legno dal suono più caldo e scuro. 

Comunque, in linea di massima, più il legno sarà duro più il suono sarà chiaro e potente, più il legno sarà morbido e più il suono sarà dolce e caldo. Questione di gusti, appunto! Nel caso del frassino, informatevi dal costruttore sulla provenienza del legno da lui usato, in quanto il frassino può presentare caratteristiche anche molto diverse in base al terreno sul quale cresce. In ogni caso va anche detto che non è solo il legno dello strumento a influenzarne il timbro, anche le ance usate fanno la loro parte, e non è nemmeno una parte tanto piccola! 

A questo proposito parliamo ora della ance, iniziando da quelle della diana. Anche qui, come nella cornamusa scozzese, si possono trovare ance realizzate sia in materiale sintetico, in genere mylar, che ance in canna. Il mio consiglio è di evitare peggio della peste le ance sintetiche, rivolgendo la vostra attenzione, e i vostri soldi, alle ben più meritevoli ance in canna. Le ance sintetiche infatti presentano solo difetti, l'unico punto a loro favore è che sono leggermente più facili da suonare rispetto a quelle in canna, ma questa è ben poca cosa paragonata agli enormi problemi che le contraddistinguono! 

Si tratta infatti di ance con un suono spiacevole, a tratti anche decisamente fastidioso. Come se ciò non fosse sufficiente, presentano anche enormi problemi di intonazione, che in strumenti dotati di questo tipo di ance è sempre molto sommaria e mai stabile, per via dell'esiguo spessore delle lamelle che compongono l'ancia e che le rende molto sensibili ai cambi di pressione. Inoltre hanno decisamente poco suono, rendendo il Baghèt difficilmente udibile già a pochi metri di distanza, cosa decisamente inammissibile per una cornamusa nata per essere suonata anche all'aperto! Le ance in canna, al contrario, hanno un suono molto più caldo e piacevole, più potente, anche se certo non paragonabile ai circa 100-110 dB della Great Highland Bagpipe, e forniscono un'intonazione decisamente più stabile.

Sapete, mi è capitato di sentirmi dire una cosa del tipo "a me non piacciono le cornamuse, sono sempre stonate...". Al che la mia risposta è stata qualcosa come: "un momento, dipende da che cornamuse hai sentito, quelle che suono e ascolto io non sono affatto stonate". Ora, la persona in questione non ha saputo darmi una risposta che mi permettesse di identificare con assoluta certezza il tipo di cornamusa ascoltata, ma dalla mia personale esperienza, unita al contesto, sono decisamente molto propenso a pensare che si trattasse di Baghècc con ance sintetiche! Non male come pubblicità al nostro strumento... E dire che c'è chi dedica l'intera esistenza alla riscoperta e alla divulgazione di questo strumento, ma se permettiamo che circolino "certi strumentacci", molto più utili come soprammobili o come giocattoli piuttosto che come strumenti veri e propri...

Del resto, sebbene io sia il primo a dire che gli strumenti tradizionali vadano migliorati, l'introduzione delle ance sintetiche è stata tutt'altro che un passo avanti, anzi, tutto il contrario! Apro una piccola parentesi a proposito dell'evoluzione dello strumento: non è mai esistita una scuola di liutai specializzati nella costruzione del Baghèt. Tuttalpiù ci si affidava a qualche artigiano esperto nella lavorazione del legno, non certo ad artigiani specializzati nella fabbricazione di strumenti musicali! Lo strumento tradizionale veniva costruito praticamente in casa, da gente che certo non aveva grandi conoscenze di alta liuteria. Sicuramente è lecito quindi pensare che non si trattasse di strumenti perfettamente intonati! 

Ora, se questo andava bene in epoche in cui l'orecchio della gente comune non era abituato a sentire musica di buona qualità quotidianamente, per via della mancanza di mezzi di diffusione, questo non è assolutamente più valido al giorno d'oggi. Qualunque musica ci capiti di sentire, fosse anche il cantante più stupido del mondo (purché professionista), si tratterà sempre di musica perfettamente intonata! Non è quindi più accettabile che vengano prodotti strumenti con intonazione instabile, e poco o nulla valgono i discorsi circa il "in passato si è sempre fatto così e noi dobbiamo mantenere la tradizione", discorsi che purtroppo mi è capitato a volte di sentire. 

Ragionassimo tutti così, saremmo ancora nelle caverne... Ok, è importantissimo mantenere le tradizioni, e con esse l'identità del popolo a cui tali tradizioni appartengono, ma questo va fatto adattandole ai tempi correnti, come del resto è sempre stato fatto anche in passato! Il tutto anche e soprattutto come segno di rispetto per chi ci ha preceduto. Che il Baghèt non abbia avuto una storia statica, rimanendo sempre uguale ma anzi adattandosi appunto ai tempi, è cosa fin troppo evidente e che ho già spiegato. Se non si fosse evoluto sarebbe rimasto la cornamusa medievale senza bordoni, o addirittura paradossalmente non sarebbe mai stata aggiunta la sacca agli strumenti antichi, e la prima cornamusa della Storia non sarebbe mai nata, tanto per citare solo uno degli aspetti più notevoli ed evidenti della sua evoluzione!

Il rischio è che, come purtroppo è già successo in passato, questi strumenti passata la moda temporanea spariscano nuovamente, non incontrando più i gusti di un pubblico sempre più esigente in fatto di qualità!

Aggiungerò anche un piccolo appello ai costruttori, perdonate il linguaggio tecnico ma lo ritengo indispensabile: insieme al miglioramento dello strumento, che va sempre perseguito, sarebbe auspicabile anche vedere Baghècc intonati basandosi sull'intonazione naturale, e non sul temperamento equabile! Non dimentichiamo infatti che una peculiarità delle cornamuse è proprio l'interazione tra chanter e bordoni grazie a un gioco di armonici, che sicuramente non si basano sul sistema temperato... Del resto, praticamente tutte le cornamuse in circolazione si basano sull'intonazione naturale, iniziando proprio dalla GHB che fa di questa interazione un suo punto di forza, specie nel Piobaireachd!

Inoltre, a proposito di tradizione, con ogni probabilità i Baghècc antichi si basavano proprio sull'intonazione naturale, anche se magari spesso e volentieri non intonati proprio alla perfezione, come ho già avuto modo di spiegare. In pratica, in mancanza di accordatori elettronici, ci si poteva affidare esclusivamente all'orecchio, e questo sicuramente si basava sugli armonici naturali per stabilire se una determinata nota fosse intonata o meno! 

Un mio personale sogno, che so essere condiviso anche da altre persone, è che un giorno o l'altro ci si sieda tutti intorno a un tavolo, costruttori e suonatori, per cercare di trovare una soluzione che soddisfi tutti circa la costruzione dello strumento, e che sia una soluzione univoca. Qualche tentativo è già stato anche fatto, purtroppo con scarsissimi risultati. 

Noi bergamaschi siamo tutto sommato brava gente ma abbiamo un grosso difetto: siamo troppo ancorati alla cosiddetta "mentalità da giardino"! Ma davvero è così difficile trovare un accordo che vada solo a favore del nostro amato strumento, lasciando perdere alcune rivalità, spesso nate da motivi futili o dalla presunzione di qualcuno che crede di avere in mano la Verità Assoluta su uno strumento di cui in realtà con certezza si sa poco o niente? Per non dire che troppo spesso il Baghèt è vittima di strumentalizzazioni politiche o aspirazioni personali (leggasi "vanagloria"...) che poco hanno a che fare con la musica e con le tradizioni. 

Una cosa fin troppo evidente è che il Baghèt al giorno d'oggi è tutt'altro che uno strumento ben definito! Per farvi capire di cosa sto parlando vi porterò un esempio: se io vedo una cornamusa scozzese del XVIII secolo e la confronto con una attuale capisco subito che si tratta dello stesso strumento, pur con le dovute differenze legate alla naturale evoluzione in tre secoli di storia. Allo stesso modo se guardo dieci cornamuse moderne di altrettanti costruttori anche qui non ho dubbi, sono sempre lo stesso strumento, e anche qui pur considerando le differenze che giustamente ci sono tra un artigiano e l'altro. 

Se invece guardo tre Baghècc contemporanei ma di costruttori diversi beh... faccio davvero molta fatica a capire che sono la stessa cosa! Senza contare che a volte le stesse differenze si riscontrano nei lavori di un solo artigiano. Uno in particolare in vari anni di attività non è mai riuscito a produrre due strumenti uguali... Ovviamente non faccio nomi, lascio a voi il compito di scoprire a chi mi riferisco, se vi interessa. Vi sembra normale? Capite cosa intendo quando dico che sarebbe proprio ora di riunirci intorno al famoso tavolo? Mi auguro davvero che questo mio appello non cada nel vuoto, il tutto, ripeto, nell'interesse del nostro strumento, se vogliamo che la sua Storia non finisca con noi!

Ok, "piccolo" appello lanciato, torniamo alla struttura dello strumento. Riguardo le ance dei bordoni invece c'è poco da dire, se non che, come accade per la GHB, anche per il Baghèt si tende a usare ance sintetiche, essendo quelle in canna tradizionali troppo sensibili all'umidità. Anche in questo caso, a differenza di quelle della diana, l'uso di ance sintetiche è più che consigliato, oltretutto anche gli artigiani nostrani, e non solo quelli scozzesi, col tempo sono riusciti a ideare ance dotate di un suono più che decente. Solo un avvertimento: evitate ance la cui lamella sia fatta in metallo, il suono in questo caso è piuttosto secco e poco gradevole, più un ronzio che un suono vero e proprio. Scegliete invece ance con lamella in materiale plastico, decisamente più piacevoli da sentire!

Parliamo ora della scala e della tonalità del Baghèt. La scala dello strumento è una normalissima scala maggiore. Il Baghèt copre generalmente l'estensione di un'ottava più la sensibile inferiore, anche se alcuni strumenti, in base al costruttore, sono in grado di eseguire anche le prime due o tre note della seconda ottava. Questo è ad esempio il caso del mio strumento. In genere poi si riescono anche a ottenere alcuni cromatismi, ma la corretta intonazione di queste note dipende da diversi fattori, quali ad esempio sempre il costruttore, l'ancia utilizzata e via dicendo. Il mio consiglio, se proprio non li si vuole evitare, è di ricorrere a cromatismi raramente e solo se si suona da solista. Sono assolutamente da evitare invece in ensemble in quanto, suonando da soli, anche se una nota non è perfettamente intonata il danno è relativamente limitato, ma se si suona con altre persone, dove ogni strumento ha per forza di cose gradi diversi di intonazione con note che di loro non appartengono alla tessitura dello strumento... beh, il danno è decisamente di proporzioni bibliche! 

Riguardo alla tonalità dello strumento storico, esiste una diatriba tra ricercatori circa il fatto che fosse intonato in La piuttosto che in Sib, solo intonato un po' sotto il canonico La a 440 Hz. Ora, prima di tutto teniamo ben presente che è decisamente difficile capire l'esatta tonalità di strumenti vecchi minimo di 150 anni o anche oltre, questa è infatti l'età approssimativa dei pochi strumenti ritrovati. Si stima addirittura che alcuni strumenti risalgano a prima del XIX secolo... Col tempo, il legno subisce delle inevitabili modifiche che possono portare a variazioni anche notevoli della tonalità. Consideriamo anche le condizioni in cui queste prove possono essere state fatte. Ora, purtroppo non sono in possesso di dati certi circa circa le esatte circostanze. Quello che so è che, sia detto senza aver intenzione di offendere nessuno, queste prove sono state effettuate da ricercatori dilettanti, come ho già detto più volte sicuramente armati delle migliori intenzioni, ma non di certo da fisici acustici o musicisti professionisti! 

Per fare un esempio su quanto una cornamusa può cambiare di intonazione, vi dirò solo che una GHB può passare da un'intonazione a 442 Hz in una gelida giornata invernale ai 455 Hz di una calda giornata estiva, se non si interviene sull'ancia per modificarne l'intonazione. Una differenza non da poco, e sto parlando di strumenti nuovi, con chanter in materiale sintetico e quindi meno soggetto agli sbalzi climatici rispetto al legno! Immaginate quindi cosa può succedere a uno strumento in legno in 150 anni, magari 40 o 50 dei quali passati anche in disuso!!!

Inoltre, una cosa che mi pare qualcuno di questi ricercatori non sembra aver considerato, è il fatto che l'intonazione degli strumenti è stata standardizzata, fissando il La appunto a 440 Hz,  in ambito colto in un Congresso Internazionale tenutosi a Londra nel 1939. Tale decisione è stata poi ufficializzata solo nel 1955 grazie all'Organizzazione Internazionale per le Standardizzazioni (ISO 16). Prima di queste date, in base al periodo storico e alla posizione geografica, si potevano trovare differenze anche decisamente notevoli tra uno strumento e l'altro. Per fare un esempio, ci sono casi di organi, appartenenti allo stesso periodo storico, che hanno un'intonazione che varia da 392 Hz a 465 Hz, in base alla zona in cui sono stati costruiti! Scusate se vi pare poco...

Non vi sembra quindi lecito pensare che se una cosa simile è successa per strumenti di così alta tradizione, a maggior ragione poteva accadere per strumenti popolari costruiti praticamente con il fai da te? Sinceramente la diatriba tra ricercatori di cui sopra mi sembra un po' la famosa storia del cane che si morde la coda. Non è possibile stabilire l'esatta tonalità degli strumenti storici, e non è possibile proprio perché di strumenti storici si tratta! Volendomi spingere un po' oltre, potrei aggiungere anche che le stesse misure prese per riprodurre gli strumenti attuali possono rivelarsi fallaci: il legno col tempo secca sempre più e si restringe, modificando così tutte le misure.

In definitiva, tutto ciò che possiamo fare oggi è di cercare di riprodurre lo strumento storico ma senza affidarci completamente a esso. L'obiettivo è, e deve sempre essere, quello di creare strumenti sempre più perfetti sia dal punto di vista funzionale che da quello musicale, quindi strumenti che funzionino bene riducendo al minimo le perdite di aria e che siano al contempo caratterizzati da facilità e tenuta di intonazione e bel suono.  

Tornando alle tonalità del Baghèt, nei modelli attualmente in circolazione la scelta è abbastanza ampia, soprattutto trattandosi di cornamuse. Sempre con alcune differenze tra un costruttore e l'altro, i Baghècc vengono costruiti nelle tonalità di Sib, Do e Sol.

Come ultima cosa, ma non certo per importanza, vediamo il tipo di repertorio che si può suonare col Baghèt e la tecnica usata.

Riguardo al repertorio, ho già scritto che il Baghèt non veniva usato solo in occasione del Natale ma anche per accompagnare danze o canti tradizionali. Anzitutto va detto che, sebbene il suo repertorio non si limiti esclusivamente ai brani natalizi, il Baghèt veniva usato anche a questo scopo, a differenza della cornamusa scozzese. Una fetta abbastanza consistente dei brani per Baghèt è quindi costituita proprio da pastorali natalizie, che possono essere sia brani esclusivamente strumentali che brani cantati accompagnati col Baghèt. 

Il restante repertorio è invece composto da marce e danze tradizionali lombarde (ma non solo), anche se negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede la tendenza ad attingere dal repertorio tradizionale di altri Paesi europei, come Bretagna e soprattutto Galizia, per via della notevole somiglianza tra il Baghèt e la Gaita gallega, la tradizionale cornamusa galiziana. Sebbene anche nelle Asturie ci sia un altro tipo di Gaita, in genere si tende a evitare il repertorio di questa terra in quanto la Gaita asturiana differisce invece abbastanza notevolmente dal Baghèt.

In ogni caso, il repertorio "nostrano" riguardo alle danze è composto in larga parte da valzer, mazurche, polke, manfrine (o monfrine e derivate dalle monferrine) e scottish. 

Parlando invece della tecnica usata, la prima considerazione che va fatta è che purtroppo, come abbiamo visto, è mancato praticamente del tutto il collegamento tra la vecchia e la nuova scuola. In effetti non sappiamo con precisione che tipo di abbellimenti usassero i vecchi baghetér, così come non sappiamo se esistesse una tecnica unificata valida per tutti o se ogni strumentista usasse, magari accanto a una base comune, anche abbellimenti di sua invenzione o meno.

Qualcuno, basandosi sulla testimonianza di un unico baghetér della vecchia scuola, sostiene di essere in possesso dell'unica tecnica di esecuzione tradizionale. La mia domanda in questo caso è: come possiamo stabilire se quello era l'unico modo possibile di suonare il Baghèt se non abbiamo praticamente altre testimonianze, oppure a dire il vero le abbiamo, ma di altri ricercatori, e queste testimonianze "altre" sono in disaccordo con quanto sostenuto dal famoso "qualcuno"? 

Inoltre siamo sicuri che la testimonianza del famoso baghetér "vecchia scuola" fosse poi così affidabile, considerando che la persona in questione all'epoca delle ricerche aveva abbandonato la pratica strumentale da circa 20 anni? Ora, anche qui voglio sia perfettamente chiaro che non intendo in alcun modo criticare "l'ultimo baghetér" tacciandolo di malafede, ci mancherebbe, al limite la malafede potrebbe essere di qualcun altro ma non certo sua! Sicuramente lui ha agito per il meglio cercando di fare tutto quanto in suo potere per tramandare le sue conoscenze, di questo sono assolutamente convinto. 

Quello che voglio dire invece si basa esclusivamente su un problema pratico, molto più che noto a qualunque musicista professionista: l'abbandono della pratica strumentale porta già dopo una sola settimana a una netta riduzione delle proprie capacità tecniche. Questa riduzione ovviamente col tempo non fa che peggiorare, al punto che dopo solo un mese dall'abbandono si è quasi incapaci di suonare uno strumento al quale magari si sono dedicati decenni di studio serio e continuo. Via via che i mesi e gli anni passano ci si dimentica anche quasi completamente dei principi su cui la tecnica strumentale si basava, e ovviamente insieme a questo si dimenticano anche brani che magari si sono suonati per anni! Ora, se questo vale per un professionista, cosa potrebbe essere successo a un dilettante che ha abbandonato lo strumento per un ventennio, e che per giunta era stato attivo come strumentista solo per poco tempo?    

A voi la risposta...!  

Lasciamo perdere per un po' i problemi legati al passato e torniamo ai giorni nostri. Oggigiorno c'è purtroppo la pessima tendenza, tra i baghetér, a usare abbellimenti spesso inseriti nei brani un po' a caso, senza curarsi se quel tipo di abbellimento sia proprio il più indicato musicalmente a quanto si sta eseguendo. Oltretutto il più delle volte si tratta di abbellimenti che ogni strumentista inventa da sé e devo dire che, parlando da musicista, spesso e volentieri non sono nemmeno il massimo che lo strumento possa produrre...

Personalmente ho dedicato anni allo studio delle caratteristiche dello strumento e del suo repertorio, riuscendo così a creare un sistema di abbellimenti che rendano al meglio quanto questo strumento è in grado di dare. Per fare ciò, mi sono basato sugli abbellimenti che altre cornamuse europee utilizzano, prime tra tutte la cornamusa scozzese, la Uilleann Pipes irlandese e la Gaita galiziana. Intendiamoci, non ho trasferito sul Baghèt gli abbellimenti propri di quelle cornamuse, ci mancherebbe altro! Ogni strumento ha caratteristiche proprie e va sempre trattato come un caso a sé, in considerazione delle caratteristiche del suono e del repertorio che lo contraddistingue.

Un Baghèt non sarà mai una GHB, così come questa non sarà mai una Uilleann Pipes e quest'ultima una Gaita. Sono strumenti spesso anche molto diversi tra loro, e ognuno di essi merita di essere valorizzato per le sue qualità, non certo cercando di "scimmiottare" l'altro! Praticamente, dal mio punto di vista ogni strumento è dotato di una propria personalità, esattamente come gli esseri umani, e come è giusto che sia queste diverse personalità vanno valorizzate!

Quello che ho fatto io è stato in definitiva cercare di porre le basi per un possibile futuro sviluppo di una tecnica comune a tutti i baghetér, esattamente come è avvenuto praticamente per quasi tutte le altre cornamuse. In ogni caso, nel tentativo di dare il mio contributo allo sviluppo dello strumento, ho messo per iscritto la mia tecnica strumentale innovativa nel metodo didattico "Suna ol Baghèt" ("Suona il Baghèt" in dialetto bergamasco), facilmente acquistabile online. 

Ritengo che la mancanza di una tecnica comune sia estremamente dannosa per l'immagine dello strumento stesso, quasi al pari della mancanza cronica di intonazione che purtroppo contraddistingue buona parte dei gruppi di Baghècc e anche dei singoli baghetér. Questi problemi, troppo spesso sottovalutati, rendono il Baghèt uno strumento semplicemente ridicolo agli occhi di chi si intende realmente di musica, portandolo a non essere apprezzato come invece meriterebbe, se suonato propriamente. Insomma, per farla breve sarebbe decisamente ora di iniziare a vedere il Baghèt come uno strumento vero e proprio, dotandolo di una dignità, invece di relegarlo al ruolo di fenomeno folkloristico!!!

Qualcuno ritiene che l'adozione di una tecnica comune limiti la propria espressività musicale. Ora, a parte il fatto che prima di parlare di espressività bisognerebbe avere una formazione musicale degna di questo nome, cosa che spesso non avviene. Comunque, vi sembra forse che gli strumenti per così dire "classici" difettino di espressività? Eppure utilizzano tutti la stessa tecnica esecutiva. Per fare un esempio pratico, due pianisti suonano sempre utilizzando gli stessi elementi tecnici, eppure tra loro può esserci una differenza espressiva davvero notevole!

Mi auguro quindi che prima o poi si arrivi a trovare un accordo che possa unificare tutti gli appassionati di questo strumento, e questo sia a livello di costruzione, come ho già spiegato, che a livello di tecnica strumentale. 

Il tutto poi andrebbe coronato da una buona conoscenza della musica... Sembrerebbe una cosa ovvia eppure, chissà poi perché, non sempre è così! Capita anche troppo frequentemente di sentir "suonare" quelli che io definisco "baghetér della domenica", gente che prende in mano lo strumento solo in occasione delle festività natalizie, dimenticandosene poi per tutto il resto dell'anno. Questa gente inoltre generalmente non ha alcuna preparazione specifica, limitandosi a soffiare in qualche modo nello strumento cercando di riprodurre a orecchio qualche nota melodia, senza alcuna cognizione di cosa dovrebbe essere l'intonazione. Ora, non ho niente di personale contro chi suona esclusivamente "a orecchio" ma non dimentichiamoci che per fare questo l'orecchio deve essere educato a distinguere e riprodurre perfettamente ogni nota della melodia. Stesso discorso vale anche per la ritmica dei brani...

Dopotutto, la scrittura musicale è storia piuttosto recente, per decine di millenni l'uomo ha trasmesso le proprie conoscenze musicali, e non solo, esclusivamente per via orale. Però... questo avveniva con una precisa scuola, che poteva durare anche molti anni, non certo improvvisando al momento presunte capacità musicali! Del resto anche gli antichi baghetér, sebbene non esistesse una scuola precisa, passavano molti anni seguendo altri suonatori e cercando di carpirne i segreti del mestiere, sicuramente non si improvvisavano strumentisti dall'oggi al domani. Ma forse erano altri tempi, forse all'epoca la gente era abituata a fare sacrifici per ottenere qualcosa, non era abituata alla "logica" del tutto e subito... 

Insomma, per farla breve: per suonare a orecchio... bisogna avere orecchio, e questo si sviluppa solo col tempo e con lo studio! E invece no, chissà poi perché di gente che suona tutto l'anno il Baghèt, cercando di fare le cose seriamente, ce n'è in giro gran poca, forse una sessantina di persone ma temo anche meno. Il resto è costituito da gente che, come dicevo, strimpella in qualche modo lo strumento solo a Natale, con risultati che di solito più che a musica sembrano a un esercito di gatti finiti sotto uno schiacciasassi, al punto che molte volte nemmeno si riesce a distinguere la melodia!!!

A questo punto vorrei segnalarvi che se volete sentirmi parlare ancora del Baghèt potete seguirmi anche su quest'altro mio sito, dedicato esclusivamente a questo strumento, e su questa pagina facebook.

Anche qui è d'obbligo un bel ringraziamento per avermi sopportato finora, quindi... 

Grazie a tutti per l'attenzione, al solito rimango a disposizione per ogni eventuale chiarimento!!!

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